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Tenersi la rabbia dentro fa male soprattutto al cuore

LONDRA
Secondo una ricerca svedese, gli uomini che non sfogano la loro rabbia quando sono trattati in modo scorretto al lavoro hanno un rischio doppio di subire un infarto.

I ricercatori hanno analizzato i dati che si riferivano a 2.755 impiegati di Stoccolma fino a quel momento senza episodi di malattia cardiaca. Gli uomini sono stati sottoposti a un questionario per capire come affrontassero le situazioni di conflitto sul lavoro, sia con i superiori che con i colleghi. È così emersa, notano i ricercatori, una forte correlazione tra rabbia inespressa e malattia cardiaca.

Come si legge sul Journal of Epidemiology and Community Health, i ricercatori hanno individuato le diverse strategie con cui un uomo affrontava le situazioni che causavano rabbia al lavoro: affrontare le cose di petto, lasciar correre senza dire niente, sottrarsi alle discussioni. In ogni caso, il conflitto sul lavoro causava spesso sintomi come mal di testa o mal di stomaco e scatti di rabbia a casa.

I soggetti parte dello studio sono stati analizzati anche per raccogliere altri dati: fumo, consumo di alcol, attività fisica, livello di istruzione, ruolo ricoperto al lavoro, diabete, e ancora pressione del sangue, peso, colesterolo. I ricercatori hanno poi registrato quanti hanno subito un infarto o sono morti per malattia cardiaca negli anni seguenti (lo studio è iniziato nel 1992 e terminato nel 2003).

Dei 2.755 uomini studiati, 47 hanno avuto un infarto o sono morti per malattia di cuore nel corso del follow-up ed è emerso che gli individui che al lavoro reprimevano la rabbia avevano un rischio doppio di infarto o morte per malattia cardiaca rispetto agli uomini che al lavoro affrontavano i problemi di petto. I sintomi che invece si sviluppavano per via delle situazioni di conflitto in ufficio (mal di testa, mal di stomaco, atteggiamenti rabbiosi anche a casa) non aumentavano i rischi per la salute.

Secondo gli studiosi, la rabbia può produrre delle tensioni psicologiche che, se non vengono liberate, fanno salire la pressione del sangue e alla lunga danneggiano il sistema cardiovascolare.

Commenta la dottoressa Constanze Leineweber, che ha diretto lo studio presso lo Stress Research Institute di Stoccolma: «Già altri studi avevano indicato un’associazione tra rabbia repressa e malattia di cuore ma la nostra ricerca ha mostrato una correlazione particolarmente forte. Il modo di ciascuno di noi di reagire alle situazioni di conflitto è innato, ma gli uomini che hanno altri fattori di rischio come fumo e sedentarietà dovrebbero stare particolarmente attenti a non tenersi tutto dentro».

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Pollice, indice, dente: si ricompone il puzzle Galileo

Dai magazzini non sempre trasparenti delle aste riaffiorano tre reliquie laiche. Sono un dente, il dito pollice e il dito indice della mano destra di Galileo Galilei. I reperti si aggiungono ad altri resti del fondatore dell’astronomia moderna già noti al pubblico: il dito medio della mano destra, conservato a Firenze, e una vertebra conservata all’Università di Padova. La vicenda, che oscilla tra gusto macabro e feticismo, avrà una conclusione trionfale nella primavera del 2010, quando potremo contemplare le dita e il dente dello scienziato alla riapertura del Museo di Storia della Scienza di Firenze, ribattezzato per l’occasione «Museo Galileo». Si chiuderà così l’Anno internazionale dell’astronomia, proclamato dall’Onu per celebrare le prime osservazioni del cielo con un telescopio: proprio quattro secoli fa, il 30 novembre 1609, Galileo scopriva sulla Luna picchi assolati e pianure tenebrose. Sarà emozionante pensare che quelle tre dita lunghe rinsecchite, un po’ da pianista, costruirono il cannocchiale custodito nello stesso museo.

Poiché in passato il commercio delle reliquie religiose contraffatte era fiorente, si potrebbe dubitare anche dell’autenticità dei resti galileiani. Ma ci rassicura la expertise di Paolo Galluzzi, direttore del Museo di storia della Scienza e futuro «Museo Galileo», e della soprintendente Cristina Alcidini.

La storia inizia il 12 marzo 1737, quando le spoglie di Galileo, sepolte 95 anni prima in sordina sotto il campanile di Santa Croce, furono esumate per essere solennemente accolte nella tomba costruita di fronte al sepolcro di Michelangelo. Non fu una riconciliazione tra Curia e scienza. Fu anzi un messaggio politico che l’ultimo dei Medici, il granduca Gian Gastone, voleva inviare al Papa per affermare l’autonomia dello Stato. Alla cerimonia spiccavano i paladini del libero pensiero iscritti alle neonate logge massoniche. Tra questi, l’archeologo Anton Francesco Gori, il marchese Vincenzio Capponi e il medico Antonio Cocchi.

Un notaio scrisse il minuzioso verbale dell’esumazione. Sappiamo così che quando il coperchio della bara fu sollevato il naturalista Giovanni Targioni Tozzetti estrasse un coltellino e sottrasse al cadavere di Galileo tre dita della mano destra (pollice, indice e medio), desistendo a malincuore dall’appropriarsi del cranio, sede del cervello che tanto aveva compreso dell’universo. La quinta vertebra lombare e un dente furono invece il bottino del medico Antonio Cocchi.

Il dito medio andò poi ad Angelo Maria Bandini, che lo espose nella Biblioteca Laurenziana. Nel 1841 fu trasferito nella «Tribuna di Galileo», appena inaugurata nel Museo di Fisica. Dal 1927 è patrimonio del Museo di Storia della Scienza di Firenze. La vertebra passò al figlio del Cocchi, poi al patrizio veneto Angelo Querini e al letterato vicentino Agostino Vivorio, amico del medico Domenico Thiene, che ottenne la vertebra il giorno di Natale del 1820 e la donò all’Università di Padova.

Le altre due dita e il dente passarono per molte mani, finché nel 1905 se ne persero le tracce. I cimeli sono riemersi con la vendita all’asta di un lotto di provenienza ignota: una teca di legno ottocentesca e un busto di Galileo. La teca custodiva un’ampolla contenente il dente e le dita. Il collezionista, che vuole restare anonimo, ha identificato i resti di Galileo e li ha consegnati al museo di Firenze. Lieto fine di un film horror.

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